Ieri mattina Francesco Depau, che nelle ultime settimane ha ripreso con grande verve la sua poliedrica attività di artista, mi ha mostrato un suo vecchio disegno che risale al 2001 (data tristemente impressa per il disastro delle torri gemelle).
Francesco mi ha consegnato il “mazzo” delle chiavi di lettura di quest’opera, che nel presente post posso solo cercare di riepilogare a caso (come si fa appunto con le chiavi, dove quella giusta è stranamente sempre l’ultima!)
Partiamo dai due personaggi ritratti: a sinistra si riconosce il filosofo Aristotele e a destra lo scienziato Galileo Galilei. La scelta non è casuale ed è corredata dai simboli con cui si caratterizzano i due personaggi: i ponderosi volumi che caratterizzano il passaggio dalla metafisica alla Filosofia, per Aristotele; il cannocchiale, che ha rappresentato la nascita dell’esperimento empirico della nascente Scienza (e la caduta dei gravi). Quindi, ancora una volta, pensiero e azione: teoria e prassi! Ma la prima cesura di quest’opera didascalica (o forse sarebbe meglio dire “cesoia”) è rappresentata dal coltello che separa le due figure: se con la sua lama Aristotele ha reciso il fiore poetico dei suoi predecessori (i vati omerici, i classici dell’umanità: Euripide, Sofocle, Eschilo…) riportando il pensiero dall’inconscio del pensiero mitologico alla coscienza della realtà mettendo le colonne non solo della sua Accademia ma costituendo la “tabula rasa” del pensiero stesso dell’uomo, tanto che tutta la tradizione successiva si è spesso riferita a lui con il celebre motto IPSE DIXIT. Cioè l’ha detto lui, Aristotele, e quindi non può essere suscettibile di miglioramento.
Quest’autorità è stata dunque il coltello messo in mano a pedanti seguaci che ha generato il germe del fanatismo (lo stesso che ha creato le guerre di religione e le dispute teoretiche di tutti i tempi) che si basa sulla fede intransigente sulle parole “rivelate”. Seguaci che sono “immortalati” dall’artista nelle figure della lumaca in primo piano (anche a voler dimostrare la “lentezza” di ragionamento) e dall’obbediente compostezza del cane (simbolo di una fedeltà acritica e immotivata se non quella di servire il padrone).
Diversa è la figura di Galileo, che per contro brandisce un cannocchiale come a voler dire: io credo a ciò che vedo, la mia fede è la mia esperienza e ciò che posso dimostrare con la ripetizione dei fenomeni osservati. Galilei non rigetta lo studio dei testi dei suoi predecessori, ma privilegia la pratica. Per lui il pensiero non può essere formato forzatamente con la “trasfusione” dei contenuti nel cervello (ecco lo strumento dell’imbuto), così come si foraggiano i polli d’allevamento.
Nella “skyline” della vignetta si stagliano anche due codici a barre, che possono anche richiamare le due torri gemelle abbattute: non è un caso che siano simboli del bieco consumismo e del sistema colonialista occidentale (messo in discussione appunto dall’attentato). Così come non è un caso che Francesco Depau abbia per circa dieci anni abbandonato il tema ricorrente dei codici a barre, per riprenderlo solo recentemente, per lo più in chiave “etnica”, come a rievocare la famosa “clava” di Einstein con cui saranno combattute le prossime guerre.
Sebastiano Paulesu












